Pacentro

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Pacentro. Ritorno al Medioevo

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L’attuale Pacentro sorgerebbe, secondo molti scrittori e studiosi, sul luogo dell’antico “pagus Pacinus”.  Le numerose testimonianze archeologiche rinvenute nell’area, tra cui graffiti preistorici e resti murari d’epoca italica e romana, confermano la frequentazione da parte dell’uomo fin da epoche remotissime, ben più antiche del periodo rinascimentale splendidamente testimoniato dai resti del famoso Castello.

In particolare, le interessanti pitture rupestri in ocra rossa, raffiguranti presumibilmente una cerimonia religiosa e collocate in un riparo roccioso sulle balze del Morrone, sarebbero databili tra l’Eneolitico e la prima età del Bronzo; mentre i ritrovamenti d’età preromana e romana disseminati nel territorio, tra cui notevoli resti d’edifici rustici, risalirebbero al I sec. a.C..

 

Un “castellum” di Pacentro è citato già nel 951 d.C. dal Chronicon Casauriense per indicare, con molta probabilità, una prima fortificazione creata nel corso dell’IX secolo per dare protezione alle popolazioni della valle peligna durante le invasioni dei Saraceni e degli Ungheri. Dal periodo normanno il castello diventerà un ambito centro di potere. Inizialmente doveva essere un elemento del sistema difensivo magellese con la funzione di difendere l’accesso dalla costa alle zone interne attraverso la valle di S. Eufemia e di Caramanico. Più tardi andò a costituire uno dei punti cruciali dello scacchiere difensivo della valle peligna insieme ai castelli di Pettorano, Roccacasale, Prezza, Popoli, Introdacqua e Bugnara. Il Castello è, ancora oggi, il vero simbolo del paese, dominatore incontrastato della conca peligna con l’audacia delle sue torri che svettano imponenti e leggere ad un tempo verso il cielo. La costruzione attuale è il risultato di una serie di trasformazioni succedutesi nel corso dei secoli quando il castello e il feudo di Pacentro furono aspramente contesi sia per la qualità delle risorse presenti nel territorio sia per la sua posizione strategica. D’altra parte il massiccio impianto difensivo e la possanza ineguagliata dei bastioni nel comprensorio peligno, testimoniano ancora bene la natura dei contrasti dei secoli passati.

Nel corso del 1400, mentre imperversava il conflitto tra angioini e aragonesi per il dominio sull’Italia meridionale, il feudo di Pacentro conobbe il suo momento di massimo splendore sotto la guida della famiglia Caldora. Giacomo Caldora, figlio di Giovan Antonio e Rita Cantelmo, fu uno dei più insigni condottieri del XV secolo, al pari d’altri noti capitani di ventura come Braccio da Montone e Francesco Sforza. Con spregiudicatezza e coraggio divenne signore di numerosi e ricchi feudi, inserendosi opportunisticamente nei complicati equilibri del Regno di Napoli. Più volte insignito di titoli e riconoscimenti dalla regina Giovanna II, Giacomo era solito firmarsi semplicemente “Jacobus Caldora miles armorum Capitaneus” perché “li parea, che chiamandosi Giacomo Caldora superasse ogni titolo”. Il noto condottiero, e in seguito suo figlio Antonio, ampliò il castello di Pacentro, originariamente concepito per scopi puramente difensivi: ingentilito nelle forme e adattato alle nuove esigenze abitative il castello divenne uno dei luoghi di dimora preferiti dalla famiglia. Inoltre, nello stesso periodo si avviò un importante sviluppo urbanistico ed architettonico del centro abitato di cui abbiamo ancora traccia nella permanenza di numerosi palazzi gentilizi.

Dopo il tramonto dei Caldora, avvenuto nel 1464 con la definitiva sconfitta di Antonio da parte di Ferrante d’Aragona, il feudo passò ad altre importanti famiglie tra cui gli Orsini, che intervennero ulteriormente sul castello aggiungendo i possenti torrioni cilindrici della cortina esterna, i Colonna e i Barberini.

Dopo l’Unità d’Italia Pacentro seguì le sorti di tutto il meridione, conoscendo in particolare l’epopea migratoria di migliaia di persone verso il Nuovo Mondo, l’Australia ed altri paesi europei. Con il secondo conflitto mondiale, il paese ha attraversato, come tutta la Majella, l’esperienza del fronte tedesco, dei bombardamenti, dello sfollamento delle popolazioni e dei fuggitivi. Tante vicende lasciarono profonde cicatrici, contribuendo ad incrementare ulteriormente il fenomeno dello spopolamento fino agli anni ’60.

Oggi il paese conta una popolazione di circa 1300 persone, un territorio privilegiato da una natura di straordinaria bellezza, protetta dal Parco Nazionale della Majella, e una struttura urbanistica di stampo medievale ancora ben conservata che lo inseriscono a pieno titolo tra i “Borghi più belli d’Italia”.

Degli antichi mestieri rimane oggi in vita la pastorizia, grazie agli allevatori locali che producono ottimi formaggi e ricotte (pecorini e caprini), resi speciali dalla qualità dei pascoli di alta quota. L’artigianato artistico, fortemente ridotto rispetto alla fioritura del passato, oggi è caratterizzato in particolare dalla lavorazione della terracotta per la realizzazione dei “mammuccije”, le tradizionali statuine del presepe pacentrano e dalla lavorazione della pietra grazie all’opera dell’ultimo scalpellino del paese.

 
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